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Introspezione acutamente vissuta dentro un percorso visivo estemporaneo, tanta passione, tanta ‘volontà’ interiore. Le donne che rappresenta, anche se può sembrare il contrario, non simboleggiano la DONNA, ma incarnano valori universali.
“La mia non è un'arte incentrata sulla donna in realtà: le figure che rappresento sono veramente così strettamente legate al mondo femminile nello specifico oppure no”.
Il filosofo Maritain affermava: “È il potere di guarigione e l’agente di spiritualizzazione più naturale di cui abbia bisogno la comunità umana”.
Le raffigurazioni d’arte, dal mio punto di vista, sono il riflesso di modi pensare, il riflesso dei modi di “sentire” dell’artista. Continuamente corregge, sostituisce, riflette e cerca di dare un significato esponenziale a quello che ha nell’anima.
Esiste un linguaggio universale che tutti gli uomini conoscono che prende concretezza e colore anche attraverso le pitture, le sculture, le istallazioni di uomini e donne che hanno ricevuto in “dono” una maggiore sensibilità rispetto agli altri. L’arte, per me, in generale è ricerca esistenziale. Nel “moto della creazione”, che parte dal centro dell'artista e punta diretto all'emozione del fruitore, al cuore. Ogni artista parte sempre da una ricerca interiore che poi si “materializza“ attraverso la sua musica, la sua pittura, i libri che scrive insomma le sue creazioni. Oggi ho il piacere d’intervistare Tiziana Salvi, una pittrice Lombarda che è nata a Montava, città che fu dei Gonzaga. La città è circondata da tre laghi artificiali ed è famosa per il PALAZZO DUCALE decorata con affreschi di ANDREA MANTEGNA.
Tiziana, ci racconti il suo excursus artistico.
“Fin da bambina mi hanno sempre 'accusata' di avere la testa troppo tra le nuvole, è un difetto che mi sono portata dietro: sono una sognatrice. Non decidiamo la nostra personalità, ma abbiamo il dovere di valorizzarla e migliorarla. Così mi è sempre risultato spontaneo esprimermi creativamente, esternare e lasciare una traccia durevole dei miei pensieri e delle mie sensazioni, lo facevo per me. Poi durante gli anni universitari al DAMS, ispirata dalle meravigliose immagini che studiavo sui libri di storia dell'arte, ho voluto sperimentare la pittura ad olio, così ho iniziato a dipingere senza pretese come autodidatta. Dopo dodici anni sono stata casualmente scoperta da un gallerista di Mantova che mi ha voluta subito nella sua galleria. Questo mi ha dato consapevolezza dell'essere artista e la voglia di migliorarmi come tale”.
Qual è la sua personale visione ed interpretazione della realtà nella sua pittura?
“A dir la verità, a discapito di quanto possa sembrare di primo acchito, non mi interessa il mondo della donna più di quanto mi interessi quello degli uomini. La mia arte non è donna-referenziale. Nonostante i miei personaggi siano tutti femminili, i valori e i pensieri che veicolano sono assolutamente universali. Nella maggior parte delle scene avrei potuto tranquillamente collocare un uomo anziché unna donna. Perché quindi raffiguro sempre la donna? Perché tutte quelle donne sono io!”.
Quali messaggi subliminali, lei, Tiziana, vuole stigmatizzare a chi guarda le sue tele?
“Vorrei principalmente suscitare la riflessione attraverso la ricezione di emozioni. Chi possiede maggior sensibilità è in grado di cogliere le percezioni più sottili sottintese alla raffigurazione. Sono opere enigmatiche e di non scontata interpretazione. A volte ci sono più messaggi e più possibili livelli interpretativi per un quadro”.
Quali sono i suoi progetti artistici, magari uno personale?
“Quando mi invitano ad esporre, se la cosa mi sembra interessante accetto, altrimenti non sono in cerca per forza di esporre il più spesso possibile, chi è interessato ne frattempo visita il mio studio e la cosa che mi preme di più è produrre sempre: ho tante idee in cantiere ancora da mettere in opera! In ogni caso per ora la prossima mostra in programma sarà quest’estate in Puglia”.
Da dove trae ispirazione?
“Da tutto quello che c’è fuori e dentro di me. Tutto quello che nella vita mi suscita emozioni e riflessioni profonde. L’arte stessa in tutte le sue forme, come spesso la musica ma non solo, è una grande fonte di ispirazione. Amo gli artisti e sono loro grata perché sono portatori di una delle principali virtù di cui è degno l’Uomo: il saper ricreare e trasmettere la bellezza dell’esistenza nel senso lato”.
Cosa le soddisfa maggiormente del suo 'mondo pittorico'?
“Può sembrare scontato ma niente mi soddisfa quanto vedere un quadro riuscito come lo avevo in mente: non è banale riuscire a rendere fedelmente sulla tela materiale una sensazione che prima esisteva solo nella mia testa e in maniera astratta! Subito dopo sicuramente viene l’apprezzamento sincero delle persone: questo mi riempie di gioia, orgoglio e gratitudine."
Tiziana, lei ha aperto da poco un nuovo atelier; questa realtà la spinge a fare sempre meglio ed a conquistare un maggiore numero di visitatori?
“Sì, finalmente ho un nuovo studio a Mantova che è anche una piccola esposizione per chi vuole curiosare tra i miei lavori nuovi e vecchi, e anche tra quelli che non ho mai avuto il coraggio di pubblicare!"
Dove si scorge principalmente la sua personalità in un suo dipinto specifico o lascia tutto all’immaginazione dell’utente?
“Nell’indefinito. In quell’alone di mistero e di magia che trasmettono le scene. Nell’eleganza dignitosa che attribuisco alla figura e nei dettagli che rendono l’atmosfera onirica e impalpabile!”."
"IL TEMA FEMMINILE DA IERI IN MOSTRA Al via l'esposizione di TIZIANA SALVI tra emozioni e psiche. Roncoferraro - è stata inaugurata nella Biblioteca "G. Zamboni" la mostra "Donne Segrete" con le opere della pittrice mantovana Tiziana Salvi, visibili fino al 30 novembre nei seguenti giorni: lunedì, giovedì e venerdì dalle 15:00 alle 18:00, mercoledì e sabato dalle 9:00 alle 12:00. "Abbaimo fortemente voluto questa mostra nel mese in cui cadrà (il 25 novembre, ndr) la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne - ha commentato l'assessore alla cultura Roberto Archi, presente insieme al consigliere di maggioranza Sandro Savi, alla responsabile dell'ufficio scuola Beatrice Mecenero, alla bibliotecaria Daniela Nicolaci, ai professori Claudio Bellati e Morena Tonini e ad altri artisti Virgiliani -. I dipinti di Tiziana Salvi ritraggono principalmente soggetti femminili, di conseguenza la mostra s'inserisce a pieno titolo nelle iniziative per sensibilizzare su questo tema, drammatica realtà nel nostro paese". Nel tempo lo stile dell'artista, pur mantenendo un'aura di magia e l'impressione di qualcosa di sottinteso, si è evoluto indirizzandosi alla rappresentazione delle emozioni e degli stati psicologici più profondi e nascosti. Il 25 novembre alle 20:30 nello spazio conferenze della Biblioteca di Roncoferraro, Salvi illustrerà le sue opere in apertura del reading letterario "L'altra metà del cielo" di Laura Torelli di cooperativa Charta. (mv)"
"Tiziana Salvi è un'artista attiva nella città di Mantova. I suoi lavori colpiscono per l'accuratezza esecutiva e la capacità evocativa. Abbiamo posto a Tiziana qualche domanda, così da sentire direttamente da lei qualche accenno sulla sua arte.
- Quando ha iniziato a interessarsi di arte, con che tecnica ha iniziato e che tecniche usa oggi? C'è stato un evento in particolare che l'ha spinta verso l'arte?
- Ho sempre disegnato tanto, fin da piccola. Avevo bisogno di esternate quello che incontravo nel mio mondo interiore e avevo bisogno di trasferirlo all’esterno, come si fa con le fotografie quando si immortala una situazione per noi pregna di significato che si vuole consacrare e cristallizzare nel tempo.
All’inizio degli anni universitari – studiavo storia dell’arte al DAMS di Bologna – mi è venuto spontaneo provare a dipingere direttamente ad olio (una tecnica considerata molto difficile) anche se per quanto riguardava l’aspetto pratico ero completamente autodidatta. Restavo spesso ammirata dalle meravigliose immagini che vedevo sui libri ed ero attirata da questa tecnica nobile e antica che per qualche motivo sentivo a me affine.
- Si riconosce in qualche “scuola”, “corrente” o c'è qualche artista noto nella storia dell'arte che l'ha influenzata? Un maestro contemporaneo e/o che conosce personalmente?
- Difficile auto-incasellarsi in una definizione univoca… La mia è una pittura dallo stile figurativo e realistico, preciso e dettagliato, ma non descrive la realtà del mondo esterno e razionale, bensì la verità della vita interiore fatta di emozioni indefinibili e sensazioni vaghe e impalpabili. Sentimenti. Come se al realismo della tecnica si contrapponesse l’irreale – che evidentemente inesistente non è – dei contenuti, e si volesse quindi dare un corpo concreto ai fatti e ai luoghi interiori.
Riguardo le correnti storiche che reputo più affini c’è sicuramente il Simbolismo, ma anche il Realismo Magico; tutta la storia dell’arte è stata per me un’ispirazione: dall’arte Medioevale con la sua ricchezza di simboli, all’espressività teatrale del Barocco, all’intimità intensa del Romanticismo...
Ci sono oggi altri artisti che come me indagano l’animo umano rappresentando l’uomo seppur con dovizia di particolari, come simbolo di realtà interiori.
- Ci sono temi specifici e ricorrenti nelle sue opere, oppure il percorso che porta alla loro realizzazione è più spontaneo?
- Diciamo che l’idea iniziale è spontanea come una folgorazione, poi l’elaborazione per la resa compositiva è studiata nei dettagli prima di realizzare l’opera. I miei dipinti si riconoscono dapprima per le protagoniste femminili: in ogni quadro c’è una sola figura umana che trasmette, attraverso l’atteggiamento, determinate emozioni, circondata dall’intimità della solitudine in luoghi magici che evocano stati d’animo. Le donne sono alter-ego di sentimenti in realtà universali e tutto nel quadro è simbolico, dai colori agli oggetti, alla composizione, niente è lasciato al caso. Sono simboli a volte misteriosi, di non immediata interpretazione, se pur sempre dal preciso significato e nel complesso l’impatto emotivo si fa sentire.
C’è una approfondita e costante ricerca dietro la mia arte e uno studio prima di ogni immagine. Reputo di valore sia le tematiche di serenità che quelle più cupe in quanto tutto è vita, quindi tutto è prezioso ed è un arricchimento.
- Pensa ci siano particolari eventi (mostre e simili) che hanno rivestito un'importanza particolare nel suo percorso artistico?
- Per ben 12 anni ho dipinto solo per me. Gelosa dei miei quadri come di un diario segreto, non volevo né esporli, né tanto meno venderli. Poi ad un certo punto sono stata casualmente scoperta da un importante gallerista di Mantova che mi ha voluta subito tra i giovani artisti della sua galleria, mi ha dato consigli preziosi e ha iniziato ad esporre i miei lavori, grazie a questo incontro mi sono poi aperta a tutto il resto.
- Cosa pensa del panorama artistico locale (Mantova e aree vicine) e nazionale?
- A livello locale c’è del fermento e ci sono bravi artisti che si organizzano anche in gruppi per creare eventi, anche se a mio avviso è interessante guardare anche a realtà più grandi, questo vale in parte anche a livello nazionale se si confronta l’Italia dove c’è oggi un gran numero di artisti, con altri Paesi dove viene data più importanza all’arte."
MANTOVA Tiziana Salvi è un’artista mantovana che ci accompagna nei luoghi nascosti della sfera emotiva e ci induce, attraverso i suoi quadri, a entrare in contatto con una dimensione segreta dell’esistenza umana.
La pittura è un’esigenza: ha sempre sentito il bisogno di esternare il suo ricco e traboccante mondo interiore. Così durante gli anni universitari al D.A.M.S. di Bologna, si approccia alla pittura ad olio come autodidatta.
Le sue protagoniste femminili, rese con un realismo quasi fotografico ma calate in scene magiche e intime, sono alter-ego di fatti interiori, entità che veicolano ad un livello emotivo e di riflessione più profondo.
La figurazione di Tiziana Salvi, dal forte impatto emotivo, é in realtà un ponte per concetti astratti. Niente è lasciato al caso, ogni dettagli è frutto di una scelta precisa: tutto è simbolico. Il corpo umano, espressivo nella postura e nell’atteggiamento, unito ad una ricchezza di simboli carichi di significato, dai colori alla composizione, alla posizione nello spazio, al ‘movimento’, sono tutti elementi scelti accuratamente e stimolano il fruitore a interrogarsi sul loro senso.
“La regina cieca” ad esempio (2020, olio su tela, trittico 70x100 + 35x50 + 40x30 cm) incarna la coscienza sovrana che risiede sul trono. Crede di avere tra le mani il controllo della sua vita, la conoscenza della realtà e il dominio delle sue azioni... Ma gli occhi sono chiusi: non vede davvero la verità e sulla fronte ha scritto 'Illusione', i suoi piedi sono legati a due entità esterne e semi nascoste che rappresentano gli istinti. È quindi solo una illusione della nostra coscienza avere il dominio e il controllo su noi stessi, ogni piccola o grande scelta è dettata da sottili forze nascoste in noi.
“Il segreto di Eva” i nvece (2020, olio su tela, 150x100 cm) è il ribaltamento della classica scena del peccato originale ed è soggetto a varie interpretazioni poste su diversi livelli di profondità: da quello psicologico, a quello sociale a quello spirituale.
Tiziana Salvi dal 2017 espone in diverse mostre personali e collettive sia a Mantova che in varie città soprattutto del Nord Italia.
30 Nov 2020 Le imposture
Posted at 15:44h in Numero 2, Racconti, Racconti inediti. Vai all'articolo originale
“Le imposture”
Racconto inedito di Giovanna Di Marco
Immagini dal trittico La regina cieca di Tiziana Salvi
(www.tizianasalvi.it)
* I riferimenti a persone citate nel racconto sono frutto di invenzione
Lo pristino proponimento mio fu di narrar l’istoria di questo sacro loco. Fui però presa da gran curiosità di saperne l’intiero, che più oltre, come sovente accade in certi casi, mi diedi a ricercar piuttosto il particulare che un animo ramingo persegue e compiace, da figurarmi vivida e presente la vita che quivi passò, la vita di chi mi precedette in questo loco di preghiera, gli scoramenti de lo errare umano, ma anche la gloria che consacrò nobili donne, consegnandole alla storia e alla Fede.
Due candele illuminavano il foglio, ma la luce si propagava in un alone, arrivando alla ghiera rivestita da un trionfo di angeli.
Rimanere in una chiesa di notte può destare terrore. La Badessa era abituata alle orazioni notturne dietro alla grata, ai vesperi, alle veglie natalizie e pasquali; riti uguali, ma segni importanti per scandire il tempo. Aveva immaginato la scena tante volte in quegli ultimi giorni: lei con la tonaca del suo ordine che scendeva scale, attraversava corridoi, apriva porte e poi scriveva. Ma ora, mentre lo faceva, era tutto diverso: era in abito da notte, sentiva le mani fredde e sudate, e qualcosa, lì tra il petto e la gola, pareva sul punto di squarciare tessuti, ossa, pelle. Nessuno però l’avrebbe vista, eccetto Felicita, la conversa che aveva voluto con sé. Avrebbe dovuto svegliarla se fosse arrivato il sonno, questo era l’ordine. Sarebbe stata compagnia e testimone di quell’ultimo atto.
Felicita era seduta su una panca, un po’ distante, sotto la cappella di Sant’Orsola, anche lei illuminata da una candela posizionata sull’altare. Recitava il rosario. La Badessa l’aveva scelta perché solerte e ubbidiente. Da quando era stata accolta come suora laica, rispondeva sempre umile ai comandi. E poi era svelta, attenta. Era giunta al monastero ragazzina e la conosceva da allora. Le piaceva sottoporla a infinite umiliazioni: non reagiva mai.
La Badessa si interruppe un istante e la guardò. Le faceva rabbia riconoscere che i loro volti si assomigliavano. Non aveva in spregio le caratteristiche fisiche come, invece, il suo stato le imponeva, le teneva anzi in gran conto: aveva letto da qualche parte che il naso imponente contrassegnava l’intelligenza arguta, e la fronte, che aveva alta e ampia, il discernimento. Felicita, una serva, una stupida, le assomigliava. Le labbra le si piegarono in su per un attimo e il volto si corrugò, inasprito. “Ma Felicita ha gli occhi bovini” pensò, “i miei hanno lampi di arguzia”. E i suoi occhi, svelti, ritornarono sul foglio.
Ricercando tra le carte de li pubblici documenti usciti in stampa o divulgati a penna, già da tempo mi si figurarono le donne di nobili natali che abitaron tra queste mura. Ed ecco che, in questa notte, che è l’ultima che trascorro tra quest’inviolabil cinta, mi trovo desta a scriver per preservar la memoria de li recenti ultimi atti de lo novo Regno. Scaccian noi da lo nostro porto sicuro con la celerità di fulmine o di subitaneo sommovimento de lo suolo. Noi fummo le mansuete pecorelle, le nivee colombe racchiuse tra le secrete di questo scrigno antico, umili e obbedienti, ma di auliche schiatte, virgulti e propaggini di grifoni o felini, come mostran li nostri stemmi, dimodoché la pietade de lo nostro stato sposasse l’alterigia de li casati e pietade e alterigia, modestia e orgoglio si consacrassero nel bacio de le bende su le nostre fronti.
Aiutata dalla pratica della mnemotecnica, ricordava tutte le parole. Le aveva già usate quando aveva implorato i potenti per la sua causa, ma adesso si sentiva libera. Il suo scritto non aveva più un destinatario preciso, forse non l’avrebbe letto nessuno. Le sue ragioni erano quelle dei perdenti e i perdenti venivano sempre dimenticati. Ma in fondo la storia, l’aveva capito dai libri, è una perenne impostura da cui nessuno impara.
Nell’ora terza verremo deportate ne lo vicino convento di Santa Caterina, a rimirar da le nostre grate le statue ignude de la bianca fontana, che dicon venga addirittura da Firenze, con la natura che mostransi de li soggetti a spregio de lo nostro sguardo virginale e l’onta d’una novella regola su lo nostro capo acciocché ci piegassero servili, loro, li facinorosi senza Dio de lo novo Regno che, poco più d’un lustro fa, con le lor camicie rosse turbaro lo nostro eterno e pietoso canto.
Non era vero, impostura era anche questa. Era tollerante quando passava per i corridoi e ascoltava l’ansimare sussurrato delle sorelle che si davano piacere. Pensò un attimo a quella fontana bianca con le Veneri e le Ninfe, l’aveva vista da bambina. A stare lì chiuse si poteva impazzire, si poteva deviare o assecondare ancora di più le proprie inclinazioni. Il suo comando le permetteva di gestire il desiderio. Sì, ci pensava a un corpo maschio, come il Marte della fontana, avvinghiato al proprio, ma non si concedeva, come alcune consorelle, al padre confessore o al giardiniere del loro orto che stabilmente si recavano in monastero – i piccoli cadaveri gettati nella cripta lo testimoniavano. Si dava, raramente, solo a qualche avventizio: non voleva alimentare dicerie.
Ticchettò con la penna sul foglio, lasciando sul margine dei lievi puntini. Si chiedeva se quelle parole andassero bene, se esprimessero appieno il senso della sua falsa castità. Quelle parole andavano bene, anche la castità era un’impostura.
Come s’appresta la nostra vita sotto lo giogo di una novella regola? La nostra, dettata dal Ss. Basilio Magno, detiene le due diritture; le Regulae su li nostri doveri e quelle su li vari usi de le siffatte regule ci volsero sì a lo studio per illuminare le menti, ma anche a li prodotti de lo nostro sudato impegno per temprar li nostri corpi. In questa notte di cure e angustie, io scrivo inerme, ma non m’abbandonano li fatti e le donne di cui cercai memoria: d’esse m’appare consistenza e con loro io erro ne li spazi de la mia cella, ne le stanze de lo mio monastero, tra la magnificenza de la mia chiesa, e a loro do udienza, squarciando il sudario del tempo.
Era pronta a scrivere del passato illustre, delle leggende su quel luogo sacro, della santa e dell’imperatrice per dare vigore alla tesi che stava consegnando al futuro, sconosciuto.
Nelli ultimi anni innumerevoli furon le mie suppliche e le mie orazioni che non si giungesse a questo segno di degradazione per noi monache de lo Monastero de lo Ss. Salvatore. E sollecitata fu da parte mia, come Badessa, la mia schiera di fedeli sorelle, perché preci rivolgessero a la Santa patrona de la Città, Rosalia. La santa vergine eremita da li tempi de li Normanni visse protetta ne lo nostro divino recinto. M’appare e m’accompagna in questa ora buia, e mi racconta de le sue circostanze e vicissitudini di vita, trapasso e gloria.
Si soffermò sul quadro nell’altare maggiore con la Gloria della santa. La memoria allenata è a volte come un palazzo mentale di percorsi, stazioni e stanze.
Ogni anno de lo mio rimembrar è in sintonia co li ricordi vaghi e dolcissimi de la sua festa detta Fistinu. Ne li ultimi tempi, a ogni buon conto, si è interdetto ne la temenza di tumulti o sedizioni o per l’empio miscredente novo padrone piemontese. Nondimeno giunsero viaggiatori da tutta Europa a rimirar lo nostro trionfo de la Fede, da definirlo lo spettacolo più bello de lo Continente, così, più o meno, lessi da le carte da me radunate per compor siffatto scritto. E noi lo rimiravam da la nostra platea, da le grate in alto sul Cassaro e ne avvertivam la concitata vigilia, il suo compiersi e rivelarsi: da questa membrana che ci separa da lo mondo, tutto giungea mitigato… li suoni e lo spirto de la gente. A noi eran date da veder le luminarie da le nostre griglie e lo popol minuto mescensi co li Signori de lo regno blasonati. Ma lo diniego de lo corteo ne la sua interezza a noi interdetto, noi obiettavamo colla fantasticheria e, come fate velate, volavam da lo piano de la Cattedrale in fino a giù e giù… lo mare de la memoria infantil, a goder de li fuochi, tra tintinnanti frottole e calia, simenza e babbaluci e l’anguria fresca per placare l’arsura. Eran sogni innocenti per seguir, inante, quell’urna ne lo suo carro fregiato alla guisa d’un vascello, che sì, quello io vedea da la mia grata, a riportar solerte la salute. Ritorna, vascello mio de la mia santa, a curar le piaghe de lo spirito e che miracol accada come ogni notte de lo tuo Festino e lo rito si perpetua, lanciando lo suo trionfo al ciel.
Le parole erano opportune, suggestive, ma non le bastava, mancava sempre quell’elemento, l’ineffabile, l’anima che si libra lieve dal peso del corpo. Cosa ne sapevano quelli che ormai comandavano il mondo? Cosa dell’avvicinamento a Dio attraverso lo studio? Giambo, ditirambo e lettura di un manoscritto antico: la fatica al mattino, dopo le preghiere. Forse, con il passare del tempo, le porpore cardinalizie le avrebbero date a loro, ai nuovi ricchi, e la santa madre Chiesa avrebbe resistito in qualche modo. Loro, monache nobili, no. Immaginò da lontano quei salotti di gente sagace che sapeva muoversi e spendersi ottenendo il successo. E lei che era arrivata in cima alla casta monacale ora precipitava, il suo nome sarebbe stato dimenticato. L’attitudine alla scrittura la rapiva, ma poteva scrivere solo di santi e beati, immaginare i loro tormenti indirizzati al trionfo della fede. Era vanità, quanto scriveva, lo sapeva. Il confessore la ammoniva, il suo tribunale interiore la condannava. Un prete bizantino, una volta, da dietro la grata le aveva parlato della sistemazione corretta delle immagini sacre: se San Michele Arcangelo doveva essere posizionato sulle porte delle case e delle chiese per scacciare il Maligno, l’icona della Ss. Trinità o del Pantocrator doveva stare nello studio perché la conoscenza, a un certo punto, avrebbe dovuto fermarsi. «Lui che tutto sa e conosce perché tutto ha creato non può essere sfidato da una mente umana che pure ha il suo seme». Ripensò a quel colloquio e ricordò di aver guardato per tutto il tempo la barba grigia e ricciuta: da quei grovigli sembravano dipanarsi pensieri e saggezza, al contempo quell’individuo ieratico effondeva una calma profonda. Diceva il vero.
“Cerco un’altra via alla salvezza dell’anima, che per me dovrebbe essere certa. Cerco l’eternità del mio scritto. Questa è eresia”, si disse. Allora quella notte sarebbe stata la sua ultima volta. Le serviva che qualcuno, un giorno, leggesse le sue ragioni, che difendevano di certo Dio e la sua istituzione nel mondo. Non sarebbe più caduta nella tentazione di sfoggiare la sua cultura o di scrivere testi falsi per persuadere. Impostura era la Fede usata per difendere i suoi privilegi, quelli che avrebbe perduto con l’avvento del giorno. Quanto desiderava che quella notte non passasse più… Il ticchettio del Rosario di Felicita, il movimento delle sue gambe che accompagnava la preghiera sospirata, le suggerivano che invece era lì come un condannato a morte in attesa del boia.
Avrebbe subito scritto di Costanza d’Altavilla, figlia di re, imperatrice, che la leggenda voleva monaca in quel luogo, quando quella chiesa era ancora, ai tempi dei Normanni, uno scrigno di mosaici d’oro zecchino.
Ella bambina, come me e le mie suore, lasciò la vanità, lo vacuo ciarlare de la corte, li diletti de le vesti e de le trine… sfilò co le sue membra innocenti ne l’ultimo corteo fino al sagrato, andò al tempio per sua scelta, salì con grazia le scale per la serena contemplazione de lo Divino. Ascese.
L’addio ai familiari, alla luce, alla vita… nei passi di quella bambina ci rivedeva i suoi e tremava d’emozione mentre scriveva. Passò in rassegna le altre Badesse: Ippolita, nel secolo precedente, aveva sfidato i costumi con una croce d’argento sul petto, elegantissima.
Scandaloso apparve quel vessillo, come un artifizio de la vanità, ma ella ne lo petto una croce recava, qual più possente simbolo de lo suo voto?
E poi la badessa Caruso che aveva avviato i lavori per la costruzione del nuovo impianto, della nuova chiesa. Conosceva ogni dettaglio: i balconcini eleganti e i loro velluti, le pale dei santi e ogni loro increspatura del colore, la cupola svettante, la sua fenditura che dava certezza del cielo ché quella vita trascorsa lì era una preparazione per quel fine. Poi il loggiato dodecagonale perché dodici erano gli Apostoli e i mesi dell’anno e le tribù di Israele. Lì le suore avevano distrazione nei giorni di primavera e lanciavano sguardi ai gesuiti del Collegio quasi dirimpettaio. Tutto sembrava possibile scorgendo il mare da quell’altezza, le altre cupole vicine quasi si afferravano. Si sentì prendere da un veleno che la inghiottiva e le appesantiva gli occhi. “Sei come la sentinella della roccaforte: devi vegliare, puoi resistere alla malia del sonno”, si diceva mentre la mano procedeva sul foglio. Ma un’altra voce serpentina le sussurrava: “La fortezza è stata espugnata, hai fallito!” Vide volti sconosciuti, uomini, donne, grande confusione. Ridevano, la deridevano. Voleva parlare, dire di non meritarlo, ma solo le labbra si muovevano; la voce rimaneva immobile, la sentiva come bloccata in gola e nella mente.
«Satanassu di lu sonnu, vattinni,
San Micheli cu li vostri pinni
Pigghiatilu pi l’ossu pizziddu,
iccatilu unni si merita iddu
ni lu ‘nfernu malandrinu,
no a muntata, ma versu pinninu».
Era ancora nell’atmosfera di quel sogno quando Felicita, bestia da cortile, la scosse con una delle sue solite preghiere per svegliare le monache durante le veglie. Eppure avrebbe rimpianto anche quei momenti: le notti infinite al freddo, le monache che cadevano nel sonno come dagli alberi gli uccelli tramortiti, e Felicita che passava tra di loro sbattendo le palme delle mani quasi davanti alle loro facce, quasi correndo tra le file di panche. Aveva i contorni delle labbra sporchi di cibo, del pane raggrumato sembrava essersi attaccato alla sua lingua, mentre spalancava la bocca. Avrebbe voluto picchiarla, anche perché, sveglia appena e stordita com’era, si specchiava in quella faccia ebete e, ancor di più, le assomigliava. Tentennò un attimo guardando oltre la luce delle candele ormai ridotte, alte solo quattro dita. Felicita, non vista, aveva finto di pregare per poi, invece, gozzovigliare. Alzò gli occhi verso la finestra. Probabilmente non avrebbe potuto completare la sua opera per colpa di una stupida conversa. Tutto quell’ardire nello stendere quelle pagine, d’un tratto, le apparve come un capriccio. Forse perché aveva la bocca impastata e gli occhi pesanti, e ogni dato della realtà le sembrava allucinato; si vide ridicola, quasi quanto Felicita. Si alzò di botto, come ad andarle incontro.
Si fermò per tempo dal rivolgersi a lei nel consueto modo brusco, limitandosi a uno sguardo rapace, e lei ritornò al suo posto, bofonchiando delle scuse. Rimase ancora in piedi, afferrò i fogli e rilesse. Dopo qualche riga, si sedette di nuovo. Si vide meschina. Che cos’era questa sua ansia di convincere il lettore postumo se non barocchismo e bizzarria pari alle decorazioni che rincorrevano le stereometrie della sua chiesa? Quel luogo bellissimo era vetusto, allo stesso modo avvertiva le sua parole ormai obsolete. Altri si sarebbero presi la sua chiesa senza comprenderne a fondo i simboli nascosti, pregio spirituale di quei manufatti. Non poteva che essere così. Cercò di essere più veloce:
E così mentre mi s’affollan, queste donne, ne li documenti e ne la mente ormai provata da l’affanni, come li sugheri in su l’onda, riaffioran color che strenuamente difesero lo culto de la Divina Liturgia e l’orazion.
E buttò giù ancora qualche nome. Aveva tentato la scrittura vestendo a una a una le tonache delle vere o presunte monache del passato, indossando i loro calzari, fingendosi loro. Era servito ad accorciare o forse ad allungare la sua notte nel diletto che dà quel tipo di sofferenza che si vuole patire fino in fondo, per poi scacciare. Del resto, il valore del tempo non è altro che una mutevole e fallace percezione. Da lontano arrivò il canto del gallo. Doveva lottare contro gli occhi che volevano chiudersi, la bocca secca, le dita intorpidite.
Lo nostro loco sacro già doman sarà di noi diserto: le nostre celle e lo monastero tutto, diverranno, dicono, una pubblica scola. Da regina di umiltade ne lo mio santo recinto, serva diverrò di altra badessa che lo Santo Domenico onora co le vestine candide e lo capo nerognolo. Li Piemontesi senza Dio lo vollero. Codesto mio scritto lo lascio in un cantone de la chiesa, dietro un altare, quello di San Basilio, ove fu ritrovato un cartiglio de la Santa Rosalia. Lo lascio celato, le sue parole pudiche non offenderanno punto lo loco puro, che, invero, s’avvia a lo crepuscolo. Cosa vedrà ancor, non oso immaginarlo: povertà, forse guerre? Di certo, declino. Quelle donne che m’hanno visitata m’hanno però recato conforto. Veggio dei baglior, odo il gallo solerte: oggi è già domani, si deve andare; l’oscurità ha consegnato la scena a l’aurora. T’abbandono casa mia, chiesa mia, come se abbandonassi lo mio corpo. Io e le mie sorelle, con dignità, ci avviam a lo nostro destino. Addio mio manoscritto, frutto di studio e fatica, addio care donne e sorelle de li tempi che furo, addio mio lettore indulgente e ricorda che non si fa a men de le vite altrui, è conforto per li tempi tuoi.
Maria Casimiro Drago
A. D. MDCCCLXVI
Era mattina. Era sveglia. Quanto scritto non le piaceva più. Avrebbe voluto, in un impeto, strappare tutto. La speranza di trovare un lettore in un giorno anche lontano trionfò: l’impostura della scrittura era la cornucopia di tutte le altre… La storia, la castità, perfino la fede.
Raccolse i fogli, li annodò tutti in ordine con un nastro e si alzò. Felicita era già dietro di lei, posava un candelabro, lo scambiava con il manoscritto che nascondeva dietro l’altare. La Badessa ritornò allo scrittoio, soffiò sulle candele e lasciò lì i candelabri d’argento, tanto ormai nulla poteva più appartenerle. Adesso era di nuovo Maria, solo un nome e un corpo. Qualche ora dopo avrebbe attraversato la soglia di quel luogo dove era imprigionata da trent’anni, avrebbe visto – seppur per poco e da dentro una carrozza – il mondo esterno.
Gli agganci dei nuovi potenti, gli occhi bovini di Felicita, il cesello alla sua opera, queste cose la assalivano. Ma, se nulla poteva farci per le prime due, molto altro avrebbe potuto per migliorare il suo componimento bugiardo. Camminò seguendo Felicita che illuminava quello spazio non più troppo buio, oltrepassò la porta che l’avrebbe ricondotta al monastero e non si guardò indietro. Un cono di luce arrivava di sbieco da una finestra.
Appendice
Il monastero del Ss. Salvatore di Palermo venne fondato in epoca normanna, quando i sovrani erano soliti favorire gli ordini religiosi sia orientali che occidentali. La tradizione annovera come sue ospiti Santa Rosalia, divenuta poi patrona di Palermo, e Costanza d’Altavilla, secondo una tradizione più propriamente guelfa – com’è anche ricordata nel Paradiso dantesco – strappata alla vita monastica per sottolineare quanto fosse abominevole la nascita di Federico II di Svevia. La chiesa si trova lungo il Corso Vittorio Emanuele II, l’antico Cassaro, fulcro principale del centro storico della città. L’edificazione della chiesa, per come la vediamo adesso, iniziò sotto la Badessa Giovanna Francesca Caruso dalla fine del XVII, e proseguì, tra varie vicissitudini, fino alla realizzazione della pavimentazione definitiva nel 1856. L’edificio mostra uno stile barocco maturo e una particolarità unica per quanto riguarda le chiese di Palermo: la pianta a ellisse. Le monache potevano godere, seppur da dietro a una grata, del corteo della festa di Santa Rosalia, detta Festino o Fistinu, che avveniva e avviene tutti i 15 luglio di ogni anno (anche se, durante gli anni prossimi all’Unità d’Italia e in quelli immediatamente successivi, venne sospeso a singhiozzi per evitare disordini), quando il carro della santa attraversa la città dal piano della Cattedrale al Foro Italico, ripercorrendo proprio il Cassaro, la strada del miracolo che venne compiuto quando i suoi resti, portati in processione, guarirono la città dalla peste nel 1624. Un’altra famosa Badessa fu Ippolita Lancellotto Castelli: destò scalpore agli inizi del XVIII secolo quando esibì una croce d’argento sul petto (seguita poi da altre consorelle), ritenuta troppo sfarzosa per il suo stato monacale. Nel 1866, sotto la Badessa Maria Casimiro Drago, con la soppressione degli ordini religiosi, le monache basiliane del monastero furono condotte nel monastero domenicano di Santa Caterina, situato nella non lontana piazza Bellini. Un’ala del monastero si affaccia su piazza Pretoria, detta anche piazza della Vergogna perché ospita una fontana con statue nude realizzata inizialmente per il palazzo di San Clemente a Firenze, e poi acquistata nel 1573 dal Senato palermitano. La chiesa del Ss. Salvatore venne pesantemente colpita dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Dopo il restauro, fu a lungo usata come auditorium, prestandosi particolarmente, visto il suo aspetto teatrale. Oggi i locali del monastero appartengono a una scuola pubblica mentre la chiesa è ritornata a essere un luogo di culto
Tiziana Salvi descrive così la sua opera, il trittico intitolato La regina cieca:
(olio su tela, 70×100 + 35×50 + 40×30, 2020)
La coscienza sovrana risiede sul trono. Sul suo capo una corona, simbolo di potere, tra le mani ha il controllo della sua vita, la conoscenza della realtà e sotto i piedi il dominio delle sue azioni… Ma gli occhi sono chiusi: non vede davvero la verità, sulla fronte – sede dei pensieri – ha scritto ‘Illusione’ e i suoi piedi – possibilità di avanzamento – sono legati a due entità esterne e semi nascoste che rappresentano gli istinti.
È quindi solo una illusione della nostra coscienza avere il dominio e il controllo su noi stessi, ogni piccola o grande scelta è dettata da sottili forze nascoste in noi.
Biografie
Giovanna Di Marco
Nasce a Palermo nel 1978. Laureata in Lettere con una tesi in Estetica e specializzata in Storia dell’Arte medievale e moderna con una tesi sulla pittura medievale, vive e lavora a Palermo dove insegna materie letterarie nella scuola secondaria. È autrice di articoli pubblicati su riviste scientifiche afferenti a temi di critica e letteratura artistica e della rubrica di approfondimento culturale dal titolo Come se fosse Antani sul quotidiano online ilSicilia.it. Per Morel cura la rubrica Nuvole, dedicata alla letteratura ecfrastica.
Tiziana Salvi
Nata a Mantova, dopo una formazione classica, Tiziana Salvi si laurea in storia dell‘arte al D.A.M.S. di Bologna. All‘inizio del periodo universitario, dopo anni di disegno, si approccia spontaneamente la pittura ad olio come autodidatta, ispirata dagli studi teorici di arte. Compiute varie sperimentazioni, la sua poetica si indirizza verso la contemplazione dei luoghi più segreti e profondi dell‘animo umano. L‘intima dimensione emotiva plasma le immagini in una atmosfera magica e suggestiva, attraverso la ricerca di simboli evocativi e allusivi. Dopo diversi anni di pittura volutamente in solitaria, scoperta e spronata da un gallerista che la include tra i giovani artisti della sua galleria, decide di aprirsi al mercato dell’arte e inizia ad esporre in collettive e personali nel Nord Italia. Il suo stile si evolve arrivando a raffigurare personaggi femminili che non sono altro che alter-ego di fatti interiori. La figurazione per Tiziana Salvi, se pur dal forte impatto emotivo, é un veicolo per concetti squisitamente astratti, spunti per riflessioni filosofiche, psicologiche nonché sociali.
[...] La pittura di Tiziana Salvi riconduce ad un giaciglio claudicato in cui adagiare l'incanto: c'è la freddezza bruciante di una luce lattiginosa ed elettrica, il sorriso di Selene e la notturna, triplice natura di Ecate, l'oscuro segreto della gestazione, abisso di caduta fino al cuore della propria concavità infinita, bocca spalancata a contenere e disperdere tutta la sete dell'universo. [...]
La nuova cronaca di Mantova” di venerdì 18 maggio 2018.
Dipingere,un dovere
Tiziana Salvi: “Opportuno dialogare con il pubblico”
Dai paesaggi alle figure femminili osservando se stessa
Comunicare sè stessi attraverso i dipinti. Un viaggio intrapreso
partendo dalla raffigurazione di paesaggi, passando poi alle figure
femminili ed approdando a rappresentazioni simboliche. Questo il
percorso artistico di Tiziana Salvi, pittrice e graphic designer
mantovana.
Salvi, quando si è avvicinata al mondo dell'arte?
“Fin da piccola ho manifestato un animo creativo, infatti il mio
passatempo preferito era disegnare. Crescendo confidavo a tutti che mi
sarebbe piaciuto lavorare nel campo dell'arte e con il tempo ho cercato
di mettere in pratica questo mio desiderio. Ho cominciato a dipingere
all'Università mentre studiavo storia dell'arte al Dams di Bologna. Ho
iniziato come autodidatta cimentandomi con i colori ad olio in quanto
l'ho sempre ritenuto un modo nobile di dipingere. Questi colori mi
trasmettono un'idea romantica dell'arte, hanno un certo fascino e
tutt'ora li utilizzo per realizzare i miei dipinti”.
Quando ha deciso di mostrare la sua arte al pubblico?
“Devo confidare che per 11 anni ho dipinto esclusivamente per me stessa,
non ho esposto e non ho voluto vendere nessun quadro. Ero gelosa, lo
ammetto. Consideravo i miei quadri come diamanti segreti, pere me
rappresentavano qualcosa di personale, esplicitavano un mio stato
d'animo. Poi sono maturata e ho deciso di coinvolgere il pubblico
pubblicando fotografie dei miei dipinti sui social network. Mi sono
sentita apprezzata, ho preso coraggio e circa un anno fa ho iniziato a
esporre in galleria d'arte: a Mantova alla Falcinella Fine Art e
ultimamente anche in altre città, fra le quali Bologna”.
Come si è evoluta la sua pittura nel tempo?
“Nei primi anni mi sono concentrata sui paesaggi, poi ho rivolto
l'attenzione alle figure femminili. Questi soggetti mi rappresentavano
perchè inconsciamente riprendevano me stessa. In seguito ho iniziato a
realizzare quadri più simbolici che esprimevano sensazioni psicologiche,
oserei dire quasi metafisiche. Quest'ultima fase segna un'apertura
ancora più netta verso gli altri”.
Cosa rappresenta per lei l'arte?
“L'arte è comunicazione, dipingo per cercare di fare riflettere le
persone. È una fase a cui sono arrivata solamente adesso e credo
fortemente che questo sia un dovere morale dell'artista. Non si possono
solo realizzare dipinti esteticamente belli senza però un messaggio
importante e profondo. L'opera d'arte infatti rappresenta un messaggio
che l'artista vuole porre di fronte allo spettatore perchè quest'ultimo
possa riflettere”.
Quali sono gli ultimi dipinti che ha realizzato?
“Ultimamente ho realizzato la serie intitolata “Vizi capitali”. Sono
partita realizzando una delle debolezze insite nell'essere umano, ovvero
l'incapacità di affrontare le difficoltà che la vita ci pone di fronte.
L'uomo, quindi, reagisce riversando sugli altri cattiveria. In questa
serie rappresento i cosiddetti difetti dell'uomo, ho scelto simboli
psicologici tratti dal linguaggio dei sogni per rendere il tutto più
completo. Questi dipinti sono stati esposti nel mese di febbraio a
Bologna alla galleria di arte antica “Fondantico”. Sono stata
selezionata direttamente dai titolari e per me è stato motivo di grande
orgoglio”.
A cosa si sta dedicando in questo momento?
“Sto lavorando a una nuova serie in cui vorrei che emergessero le
diverse sfaccettature delle persone. Un inno all'animo umano che è tanto
complesso quanto affascinante. La serie si intitola “I pianeti del
sistema solare” e sto cercando di utilizzare diversi simboli quali, ad
esempio, la bilancia, costituita da ratio e adfectio, che rappresenta la
dualità dell'essere umano, un animale emotivo che usa la razionalità
per arrivare a soddisfare la sua parte sentimentale”.
“La creatività e l'arte fanno parte della mia vita da sempre.
Tiziana Salvi: la giovane artista mantovana che non ha paura del digitale
Da Valentina Della Rocca “ Magazine sicurezza
02/08/2017
Tiziana Salvi è una giovane artista mantovana, classe '85, che si sta
facendo strada lasciando parlare i suoi capolavori e la sua passione:
l'arte. Una ragazza intraprendente e amante del bello e della vita, che
lavora come graphic designer e dipinge opere definite da molti
surrealiste e straordinarie. Oggi espone alla galleria “Falcinella Fine
Art” a Mantova alcuni dei suoi lavori più celebri.
Per farvela conoscere vorremmo illustrare le tre fasi artistiche che ha attraversato fino ad oggi:
1. La prima fase è caratterizzata da opere sognanti, che trasportano in
un tempo parallelo e altre create per suscitare sensazioni magiche, dove
i protagonisti sono scene di serenità e paesaggi quasi da favola, in
cui viene data una grande importanza a ogni singolo colore che suscita
in Tiziana sempre qualcosa di ben definito e con un chiaro significato
emotivo.
2. Nella seconda fase si vede un'artista cresciuta, che raggiunge un
livello di maggiore consapevolezza e importanza, dove la figura umana si
afferma e appare orgogliosamente a proprio agio in scene che, se pur di
intimità, vogliono celebrare la sua centralità individuale.
3. Nella terza fase lo stile della giovane mantovana si evolve e, pur
mantenendo un'aura di magia e l'impressione di qualcosa di sottinteso,
si indirizza alla rappresentazione delle emozioni e degli stati
psicologici profondi e nascosti, attraverso la ricerca di simboli
evocativi e allusivi. A questo punto compare l'attenta riflessione sullo
spazio e sulla composizione e la resa di una particolare narrazione,
che sembra lasciare sospeso il singolo momento della scena per svelarne
una verità più profonda.
Ora Tiziana ci concede una breve intervista, per riuscire ad andare ancora più nel vivo della sua vita artistica:
Ci parli un po' dei tuoi studi?
Ho conseguito studi classici e successivamente mi sono laureata in
storia dell'arte al D.A.M.S. di Bologna con indirizzo “Arti visive”. La
mia tesi di laurea è intitolata “La rivista Domus “ il design Italiano
negli anni Ottanta e Novanta” essendomi interessata parallelamente anche
al design industriale e marginalmente alla progettazione d'interni. E
proprio durante la mia avventura universitaria, ho iniziato a dipingere.
Hai un “modello” a cui ti ispiri per le tue opere? Un surrealista?
Oppure un'artista/un artista a cui sei particolarmente affezionata e che
ti ha insegnato molto?
Non ho un unico artista a cui mi ispiro, ma avendo studiato la storia
dell'arte, attingo a questo background generale: le varie correnti
artistiche si sono stratificate nell' immaginazione e stimolano le mie
idee. I Simbilisti di fine Ottocento si possono avvicinare, in un certo
senso, al mio stile: mentre però il loro intento era andare oltre
l'apparenza e svelare un significato più profondo delle cose creando
scene suggestive ed enigmatiche, io sono più essenziale, in parte più
vicina ai Surrealisti come composizione e soprattutto preferisco simboli
più universali, che definirei psicologici. Inoltre, mentre la corrente
del Simbolismo si opponeva alla società dell'epoca che si avviava verso
l'esasperazione dell'apparenza, il mio studio è finalizzato
all'interpretazione dell'animo umano in generale.
Quando hai iniziato a dipingere?
Sin da piccolissima ho manifestato la mia forte attitudine per il
disegno e la passione per le arti figurative, ma ho iniziato a dipingere
come autodidatta dal 2006, durante gli anni dell'università, in cui
vivevo una nuova fase della mia vita e sentivo il bisogno di
concretizzare e fissare al di fuori in modo permanente, come in
fotografie, la mia forte immaginazione. Gli studi universitari mi hanno
conferito un approccio critico e analitico molto profondo nei confronti
dell'arte, che va ben oltre al comune senso estetico. Uso la tecnica dei
colori ad olio che ritiene quella più nobile per la pittura.
Mi puoi dire tre parole che descrivano le tue sensazioni mentre dipingi?
Tre parole sono poche! Fantasia fluida e intuizione, ricerca analitica,
sensualità (nell'atto di modellare fisicamente un pensiero) e dedizione:
in certi momenti mi sorprendo chinata su un dettaglio di cui mi sto
prendendo cura come in un innamoramento, e mi soffermo col pensiero in
vari momenti della giornata.
Che riscontro stai avendo dal pubblico (amici e non) quando vedono le tue opere? Parlami delle loro reazioni, se puoi.
È proprio la reazione molto positiva -per me assolutamente inaspettata-
delle persone che mi ha spinta a voler esporre i miei quadri. Per i
primi 11 anni ho dipinto solo per me. Ho notato che il messaggio viene
recepito e che le sensazioni e le suggestioni che voglio comunicare
vengono colte anche da chi non si intende di arte. È capitato che le
persone più sensibili rimanessero colpite e questo mi ha fatto molto
piacere!
Per il futuro hai dei progetti e/o sogni che vorresti realizzare? E cosa
intendi quando dici “non escludo di fare qualcosa con il digitale”:
puoi darmi qualche dettaglio in più?
Per il futuro mi pacerebbe “esportare” la mia arte in un'area sempre più
vasta per poter comunicare alle persone le mie idee e i valori a cui
tengo molto. Per arte digitale intendo immagini create solo o in parte
al computer che rappresenta appieno la cultura visiva di oggi. Non siamo
già più nell'era visuale del pixel ma in quella delle icone, che sono
anch'esse dei simboli!
Giovani decadenti
del nuovo millennio
Una collettiva documenta il ritorno
della corrente francese di fine Ottocento
La Galleria Fondantico Arte e Antiquariato
prosegue le proprie incursioni nell'arte contemporanea
aprendosi a giovani artisti con la mostra
“Esprit Decadentisme. Ermeneutica di un parnassianesimo
contemporaneo“, curata da Alberto
Gross ed Edoardo Battistini e visitabile dal
27 gennaio all'11 febbraio. Forte ed emblematico,
il titolo della collettiva invita a riflettere sul senso
dell'arte di oggi e sulla relazione tra l'artista e
il mondo. Lo sguardo è rivolto al Decadentismo
storico, movimento artistico e letterario nato in
Francia a fine Ottocento quando le illusioni e gli
ideali rivoluzionari avevano perso la propria carica
travolgente spegnendosi in un senso di disfacimento,
mentre la Rivoluzione Industriale inaridiva gli
animi in nome di progresso e positivismo. La ragione
e la scienza apparivano insufficienti, per la
loro logica fredda e distaccata, a offrire spiegazioni
soddisfacenti alle domande e alle sollecitazioni più
pressanti dello spirito. Con il loro animo profondo
e sensibile gli artisti si facevano portavoce di questo
malessere, che sfociava nell'idea dell'arte per l'arte. I Decadenti procedevano nella ricerca di
“correspondences“ in grado di si collegare tutte le cose, ma in modo misterioso, poiché la realtà non
era conoscibile attraverso le teorie scientifiche, ma solo mediante l'abbandono all'empatia e all'irrazionalità.
Oggi come allora gli artisti vivono il disagio che nasce dalla ricerca di un posto nel mondo,
si relazionano alla contemporaneità con un rinnovato “Esprit Décadentisme“, che i curatori della
mostra documentano attraverso opere inedite realizzate per la mostra da nove giovani artisti: Gerardo
Brentari, Tiziana Salvi, Elena Bevilacqua, Vittorio Ormas, Marcello Montoro, Stefano Manzotti,
Liscivia Bruciatura Chimica, Rita Minelli e Rufoism (Marco Perroni).
Stella Ingino
BOLOGNA. Fondantico Arte e Antiquariato, via de' Pepoli 6/E, lun-sab 10-13/16-19, tel. 051/265980,
fondantico.it, “Esprit Decadentisme. Ermeneutica di un parnassianesimo contemporaneo“ dal 27 gennaio
all'11 febbraio